Nel settembre del 1995, intervenendo al Convegno nazionale di Agrigento in qualità di delegato dell’ODCEC di Bologna, Gianfranco Barbieri avrebbe dovuto affrontare un tema tecnico: l’introduzione del controllo di gestione negli studi professionali. Riletto oggi, però, quell’articolo appare soprattutto come una riflessione anticipatrice sul futuro della professione di commercialista.
L’interrogativo posto nel corso dell’intervento è stato: come avrebbe potuto il commercialista continuare a essere competitivo in un mercato destinato a cambiare profondamente?
Proponiamo di seguito l’articolo in lettura.


Il dottore commercialista: una professione da organizzare
Nell’intervento del 1995 si trovano indicazioni che sembrano scritte per gli studi professionali di oggi.
Gianfranco Barbieri proponeva di favorire la nascita di società professionali dotate dei necessari capitali e delle competenze adeguate; riconoscere agli studi la possibilità di comunicare le proprie specializzazioni e caratteristiche organizzative; sviluppare sistemi informativi e strumenti comuni; creare modelli organizzativi flessibili; investire nella formazione e nella qualificazione dei servizi.
Soprattutto, invitava i professionisti a introdurre il controllo di gestione all’interno dei propri studi, per “testare su di noi ciò che applichiamo sui nostri clienti”, un invito a considerare lo studio come una vera organizzazione, con processi, risorse, obiettivi, investimenti e risultati da misurare.
Che cosa è accaduto negli ultimi trent’anni
Molte delle trasformazioni immaginate nel 1995 si sono effettivamente realizzate.
Le tariffe professionali sono state abrogate nel 2012 e il compenso è divenuto oggetto di pattuizione con il cliente. La successiva disciplina dell’equo compenso ha cercato di ristabilire un principio di proporzionalità tra remunerazione, quantità e qualità del lavoro, ma senza ripristinare il precedente sistema tariffario. La tutela economica della professione si è quindi spostata, almeno in parte, dal prezzo imposto alla capacità di dimostrare il valore della prestazione.
Le società tra professionisti, ipotizzate da Barbieri come strumento per raccogliere capitali, competenze e persone, hanno trovato una specifica disciplina normativa tra il 2011 e il 2013. Parallelamente, aggregazione e digitalizzazione sono diventate temi centrali anche nell’attività istituzionale della categoria.
La comunicazione dello studio, nel rispetto della disciplina deontologica, è ormai parte integrante della strategia professionale del commercialista. Siti internet, contenuti specialistici, newsletter, eventi e presenza sui social consentono di rendere riconoscibili competenze, metodo di lavoro e posizionamento.
La tecnologia ha poi prodotto un cambiamento ancora più radicale. Dai primi sistemi informativi citati nell’articolo si è passati alla gestione documentale, ai servizi in cloud, alla fatturazione elettronica, all’automazione dei processi e, infine, all’intelligenza artificiale. Nel 2025 lo stesso Consiglio nazionale ha osservato che l’adozione dell’AI non è più una questione di “se”, ma di “come” e “quando”, sottolineandone la capacità di ridurre le attività ripetitive e liberare tempo per la consulenza strategica e la relazione con il cliente (Vedi la “Guida operativa di intelligenza artificiale” del 3/6/2025).
Che cosa manca?
La visione del 1995 si è dunque rivelata corretta. Le protezioni tradizionali si sono ridotte, la concorrenza è aumentata e gli adempimenti più standardizzabili hanno progressivamente perso la loro capacità di differenziare lo studio.
Il mercato ha iniziato a richiedere ciò che Barbieri definiva già allora “servizi ad alto valore e qualificazione”: pianificazione economico-finanziaria, controllo di gestione, gestione della crisi, organizzazione aziendale, governance, sostenibilità, operazioni straordinarie e supporto alle decisioni dell’imprenditore.
Tuttavia a oggi una parte significativa degli studi continua a essere caratterizzata da dimensioni ridotte, forte dipendenza dal titolare, limitata formalizzazione dei processi e difficoltà nel misurare redditività, produttività e valore delle singole attività.
La tecnologia è spesso stata utilizzata per eseguire più velocemente gli stessi adempimenti, anziché per ripensare il modello di servizio. L’aggregazione è cresciuta meno di quanto sarebbe stato necessario e la specializzazione non sempre si è accompagnata a un’effettiva capacità di comunicarla al mercato.
Ma su questi aspetti possiamo lavorare…
L’insegnamento per la professione di oggi
Il commercialista continua a essere necessario quando sa interpretare i dati, comprendere l’impresa, assumere responsabilità, integrare competenze differenti e trasformare informazioni complesse in decisioni consapevoli. Il valore non risiede nell’adempimento in sé, ma nel giudizio professionale che lo accompagna.
Per questo gli studi devono applicare a sé stessi gli strumenti che propongono alle imprese: controllo di gestione, pianificazione, indicatori di performance, analisi della redditività dei clienti e dei servizi, gestione dei carichi di lavoro, sviluppo delle persone e programmazione degli investimenti tecnologici.
Tecnologia, organizzazione e aggregazione sono strumenti attraverso i quali il professionista può dedicare meno tempo alle attività ripetitive e più tempo alla consulenza, alla relazione e alla comprensione dei problemi del cliente.
Rileggere oggi l’intervento di Gianfranco Barbieri è la conferma che già nel 1995 era possibile riconoscere la direzione del cambiamento. E che la lezione più importante, dopo trent’anni, rimane la stessa: il futuro della professione appartiene a chi non aspetta che il cambiamento diventi un’emergenza, ma inizia per tempo a costruire il proprio modello professionale.